Club Lions aderenti al tema di studio dei Popoli Indigeni


Per organizzare un incontro-convegno sui Popoli Indigeni, si prega di contattare Raffaella Milandri al 335 6126630 o di scrivere a raffaellamilandri@gmail.com.

domenica 2 marzo 2025

Parlare di diritti dei Popoli Indigeni, oggi, è ancora un tabù. Perché?

 

“Essi sono il classico elefante in una stanza”. Intervista con la attivista Raffaella Milandri

 

Articolo di Giovanni Rossi

 

In questa epoca di globalizzazione galoppante, la diversità culturale, espressa nelle usanze, nel linguaggio, nella musica e altri aspetti tradizionali diventa più che mai un prezioso patrimonio dell’umanità. Ma quello dei Popoli Indigeni è un argomento ancora poco discusso e spesso ignorato. Ne parliamo in un’intervista con Raffaella Milandri, giornalista, scrittrice e antropologa, fondatrice della Mauna Kea Edizioni, che si dedica da vent’anni alla difesa dei Popoli Indigeni ed è studiosa in particolare dei Nativi Americani. Non solo: nel 2010 è stata adottata dalla famiglia Black Eagle della Crow Nation, quindi, oltre a essere un’esperta e appassionata, è a pieno titolo un membro della comunità dei Nativi Americani. Esordisce così:

«I Popoli Indigeni, secondo gli ultimi dati della World Bank, sono 476 milioni di persone nel mondo. Sono una presenza che è il classico “elefante nella stanza”, elephant in the room: una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata. Un problema molto noto ma di cui nessuno vuole discutere».

Popoli Indigeni. Foto di Raffaella Milandri

 

Cosa ti ha colpito maggiormente dei Popoli Indigeni?

 

«Confesso la molla per conoscerli: sin da bambina, sognavo di incontrare i Navajo di cui leggevo nel mitico Tex della Bonelli. Quando li ho visitati la prima volta, a Window Rock, sono rimasta straordinariamente colpita dalla loro “diversità” in termini di valori e di approccio alla vita. Molto lontani dal pragmatismo occidentale, da quel nostro inquadramento basato sull’avere e non sull’essere, su un’identità incentrata sul lavoro e sul raggiungimento di obiettivi spesso stereotipati e sopravvalutati. Dopo i Navajo, ho incontrato altri popoli nativi americani, e poi i Bakà del Camerun, i San del Kalahari, i Rabari del Gujarat, i Bonda dell’Orissa, il popolo tibetano, gli aborigeni australiani e tanti altri. Nei Popoli Indigeni ho ritrovato quella preziosa “diversità” culturale e sociale, diversa da noi, ma con un’estrema assonanza tra di loro. Questo mi ha spinto a viaggiare, studiare, approfondire. E a vedere il mondo in modo differente. Negli ultimi anni mi sono poi concentrata sui Nativi Americani, che hanno nella loro storia e resistenza molto da insegnare, soprattutto come specchio della nostra civiltà occidentale. Oggi non abbiamo a che fare con i Popoli Indigeni originari, ma con quelli che convivono al nostro fianco, subendone le conseguenze. Dapprima vi è stato il colonialismo, cui è seguito il neocolonialismo. Oggi, per molti popoli la grande sfida è convivere con i nostri sistemi invasivi – dall’estrazione di combustibili fossili, alla deforestazione, alle coltivazioni intensive, alle espropriazioni di territori, alla globalizzazione, per citarne solo alcuni – e sopravvivere, mantenendo la propria cultura e identità».

 

Cosa hanno in comune i Popoli Indigeni?  

 

«Cercherò di essere breve e di attenermi ad alcuni concetti essenziali. Innanzitutto “indigeni” vuol dire che sono pressoché da sempre presenti nello stesso territorio, adattandosi, ottimizzando l’utilizzo delle risorse ivi presenti e identificandosi nell’ambiente stesso, in uno stile di vita quasi simbiotico. Le comunità indigene in buona parte sono definite come “cacciatori-raccoglitori”, comunità che non praticano l’agricoltura, ma questo non è esatto, basti pensare alle civiltà precolombiane e alle loro coltivazioni. Nei popoli nativi la caratteristica predominante è il rispetto, e quindi il “non-sfruttamento” esasperato delle risorse del territorio, in cui noi occidentali siamo maestri. Con la conseguenza, confrontati alla nostra società, di alcuni importanti vantaggi: niente sovrappopolazione; conservazione di ecosistemi; abilità di sopravvivenza senza la schiavitù tecnologica. Mi ha colpito di questi Popoli l’attaccamento all’identità e tradizioni; la tenacia e la determinazione con cui cercano di salvaguardare la loro cultura e trasmetterla alle giovani generazioni — oggi così esposte al bombardamento mediatico del mondo occidentale e all’omologazione culturale della globalizzazione. La cosa peggiore che hanno in comune è una storia di violenza, abusi e soprusi da parte dei “conquistatori”, e il continuo assoggettamento forzato alla cultura dominante. Sanno come sopravvivere nel deserto, a elevate altitudini, nella foresta tropicale e nei ghiacci, ma molte comunità sono già state completamente cancellate dall’arrivo degli Europei».

 

 

Raffaella Milandri
in Papua Nuova Guinea

Perché sui media si parla così poco di Popoli Indigeni e dei loro diritti?

 

«Innanzitutto qui bisogna risalire al peccato originale e citare la storia e gli inizi: il colonialismo europeo, con l’appoggio della Chiesa di Roma, alla conquista delle “terre di nessuno”, terrae nullius, sancito e “santificato” con bolle papali come la Bolla Inter Caetera e altre. Le potenze del vecchio continente sguinzagliarono navi e “conquistatori” in tutti i continenti, con la scusa di cristianizzare i popoli selvaggi ma, in realtà, alla ricerca di risorse, territori e ricchezze di cui appropriarsi. Bartolomé de Las Casas, un vescovo cattolico spagnolo, si schierò dalla parte dei Nativi Americani e riportò, nelle sue cronache del Cinquecento, una ferocia inusitata contro gli indigeni in questa “missione” degli Europei. La geopolitica mondiale attuale è stata definita allora, grazie in primis alle bolle papali di cui molte associazioni native hanno chiesto l’abolizione. Parlare di diritti dei Popoli Indigeni va a minacciare gli interessi di molti Paesi europei e delle loro “propaggini” nate dal colonialismo, immensi territori come, ad esempio, Canada, Stati Uniti e Australia. Pur se negli ultimi decenni se ne parla più apertamente, la estromissione dei Popoli Indigeni dai libri di storia, di diritto e di sovranità territoriale è un chiaro caso di censura e controllo politico, ideologico e morale. Riconoscere le proprie colpe, sdoganare i diritti originari di questi Popoli, indurrebbe all’enorme rischio di dover ridisegnare completamente la mappa geopolitica mondiale. Va da sé che i media stessi ne parlino con il contagocce, per non toccare un punto dolente, estremamente delicato per molti Governi. Il cosiddetto mondo occidentale soffre di un terribile etnocentrismo, motivato da un lato da una sindrome di presunta superiorità, dall’altro da una continuata appropriazione indebita di territori».

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito a scuse epocali verso i Nativi del Canada e degli Stati Uniti, da parte di Papa Francesco e poi di Biden…

 

«Da parte di entrambi, si è trattato di scuse per il sistema delle scuole residenziali, che è stato imposto dai Governi e gestito in primis dalla Chiesa cattolica, e che ha duramente colpito generazioni di Nativi con l’assimilazione forzata e un tentativo violento di cancellare la loro cultura. I giovani indigeni di Canada e Stati Uniti sono stati costretti, dalla fine dell’Ottocento fino a quasi venti anni fa, a lasciare le proprie famiglie e comunità, e gli è stato proibito di usare i loro nomi, parlare le loro lingue, praticare la loro religione, oltre a subire in molti casi documentati sevizie gravissime. Ne parlo dettagliatamente nella mia opera “ Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco”. In questi casi, le scuse sono state funzionali al potere di chi le porge, e non possono essere un mero esercizio statale di “colpa performativa”. Come hanno scritto Mark Gibney ed Erik Roxstrom in The Status of State Apologies: “Lo Stato potente non solo decide se e quando saranno fatte le scuse (o se saranno fornite delle ‘quasi scuse’), ma anche il modo in cui tutto ciò sarà eseguito”. In sostanza, le scuse non bastano, anzi possono costituire in sé una forma di violenza sulle vittime. L’aspetto positivo delle scuse è che, in particolare nel caso di quelle di Papa Francesco, l’impatto mediatico a livello mondiale è stato un ottimo strumento di divulgazione di verità che sono state taciute a lungo».

 

Questi Popoli sono protetti dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni?

 

«Questo è un punto molto spinoso. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni, UNDRIP, è stata adottata in tempi recenti dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la sua 62ª sessione in New York, il 13 settembre 2007. Votarono a favore 143 stati, 4 votarono contro (non a caso, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti, nati come colonie dell'Impero britannico e a maggioranza di popolazione non indigena); 11 stati si astennero (Azerbaijan, Bangladesh, Bhutan, Burundi, Colombia, Georgia, Kenya, Nigeria, Federazione Russa, Samoa e Ucraina) e 34 non furono presenti. In seguito i 4 stati a sfavore cambiarono voto, pur se molte critiche e opposizioni alla Dichiarazioni vanno avanti tuttora. Tra i diritti collettivi che la Dichiarazione proclama, a favore delle popolazioni autoctone, vi è quello all’autodeterminazione, a non essere espulsi dai loro territori e a godere delle risorse naturali situate su di esse. Oggi la Dichiarazione è lo strumento internazionale più completo sui diritti dei Popoli Indigeni. Essa stabilisce un quadro universale di standard minimi per la sopravvivenza, la dignità e il benessere dei Popoli Indigeni del mondo. Ma purtroppo non è uno strumento giuridicamente vincolante ai sensi del diritto internazionale: stabilisce sono uno standard che “dovrebbe” essere seguito. Come dicevamo prima: riconoscere i diritti dei Popoli Indigeni ai loro territori costituirebbe una “spesa” troppo ingente per molti Stati.

Un altro strumento importante è l’UN Genocide Convention, la Convenzione delle Nazioni Unite per la Prevenzione e la Punizione del Crimini di Genocidio, redatta nel 1948: è un trattato internazionale che mette al bando il genocidio e obbliga gli Stati parte a implementare l'applicazione di tale divieto. Lo hanno sottoscritto finora 154 stati e 40 non ancora; tra gli stati che non lo hanno ancora sottoscritto troviamo alcuni nella stessa “lista nera” dell’UNDRIP come il Bhutan, il Kenya e Samoa. L’ultima sottoscrizione alla Convenzione è quella della Repubblica Dominicana nel 2022. E’ interessante notare che questa Convenzione fu approvata negli Stati Uniti solo nel 1988 da Ronald Reagan, nonostante le forti opposizioni. Si considerava a rischio la sovranità statunitense. L’accusa di genocidio non è un pianto romantico di liberali e buonisti. Si adatta perfettamente alla situazione vissuta dai Nativi Americani, ma anche ad altri Popoli Indigeni. Esiste poi anche la ILO 169, una convenzione dell’International Labour Organisation, molto importante, il cui obiettivo centrale è proteggere i diritti umani dei Popoli Indigeni e riconoscere “le aspirazioni di questi popoli a esercitare il controllo sulle proprie istituzioni, sui propri modi di vita e sullo sviluppo economico e a mantenere e sviluppare le proprie identità, lingue e religioni, nel quadro degli Stati in cui vivono”. Qui le adesioni sono state a oggi solo di ventiquattro Stati, di cui la ultima la Germania, nel 2021. Una convenzione ignorata dalla maggior parte dei Governi. Organizzai una petizione per l’adesione dell’Italia alla ILO 169 circa dieci anni fa, ma essa, con allegata raccolta firme, inviata al Governo e al Papa, non ottenne alcuna risposta».

Link al testo integrale dell’UNDRIP: https://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf

Link al testo dell’UN Genocide Convention:

https://www.un.org/en/genocideprevention/genocide-convention.shtml

Link alla lista di sottoscrizioni della ILO 169:

https://normlex.ilo.org/dyn/nrmlx_en/f?p=NORMLEXPUB:11300:0::NO::P11300_INSTRUMENT_ID:312314

 

Raffaella Milandri in Camerun

Qual è la situazione che hai visto di persona dei Popoli Indigeni e dei Nativi Americani oggi?

 

«Devo di nuovo sottolineare che le problematiche dei Popoli Indigeni sono ignorate dalla maggior parte della popolazione mondiale, proprio per i motivi che dicevo prima: da un lato i media ne parlano assai poco, dall’altro i Governi che sono più coinvolti temono grandemente di perdere terre e diritti su ciò che è stato sottratto ai Popoli Indigeni nei secoli scorsi e che viene sottratto anche oggi. In alcuni Paesi, come ad esempio in Africa e in Asia, molte situazioni sono drammatiche e ho potuto assistere a delle vere e proprie tragedie. I miei appelli sono rimasti perlopiù inascoltati. I Nativi Americani, invece, oggi sono negli Stati Uniti oltre nove milioni e in Canada oltre tre milioni: sono molto attivi, lottano per i propri diritti, hanno creato associazioni e università native, e pur se la loro posizione ha ancora tante problematiche da risolvere, hanno ottenuto leggi che li aiutano a proteggere le loro tradizioni, religioni e linguaggi. Molta la strada da fare, ma sono davvero un grande esempio di resistenza. Sono in contatto con diversi attivisti nativi, e la unione d’intenti, la determinazione e la collaborazione tra i consigli tribali e le comunità sono migliori che in tante comunità occidentali».

 

Ultimissima domanda: nei tuoi viaggi per ricerche sui diritti dei Popoli Indigeni hai corso dei rischi?

 

 «Assolutamente sì. Purtroppo in alcuni Paesi come il Camerun, il Botswana, l’India e altri mi sono trovata a indagare su violazione dei diritti umani dei Popoli Indigeni a carico di multinazionali con interessi di sfruttamento minerario e forestale. In quei casi, viaggiando in incognito e senza coperture mediatiche, in luoghi ai confini del mondo, si rischia di scomparire – o meglio di essere fatti scomparire – in un attimo. Ho avuto incontri con attivisti indigeni in molte occasioni e in tutti i continenti. Ricorderò sempre quando, dopo aver filmato una intervista con un leader tribale dell’Orissa, minacciato di morte, tornai a casa e pubblicai un suo appello alla comunità internazionale. Dopo pochissimi giorni fu arrestato. Io ero in Italia sana e salva,mentre lui si trovava in pericolo. Molti suoi compagni attivisti erano già stati “eliminati”. Ho corso molti pericoli, ma quando si agisce per una causa in cui si crede, nulla deve rimanere intentato. Si tratta di vite umane di persone che non appartengono al mondo dei compromessi».

 

 

domenica 18 agosto 2024

Chi è Raffaella Milandri (Biografia e bibliografia)

Raffaella Milandri


 Non è semplice descrivere Raffaella Milandri e le sue attività: è un personaggio poliedrico e improntato ad una schiettezza e a una chiarezza di intenti non comuni. Con i suoi oltre dieci libri pubblicati in tredici anni, i suoi viaggi in solitaria in ogni angolo di mondo, le sue foto che sembrano voler catturare l’anima dei soggetti, spesso membri di tribù indigene poco conosciute, e i suoi scritti in cui le sue parole dipingono popoli, è una donna che innesca naturalmente la curiosità di chi ha una ampia apertura mentale. Ha rischiato molte volte la vita, anche a causa delle sue inchieste per i diritti umani, e dice: “Viaggiare non vuol dire visitare luoghi, ma percepire l’animo dei popoli”.

Biografia

Scrittrice, giornalista, editore e fotografa, Raffaella Milandri, attivista per i diritti umani dei Popoli Indigeni, è studiosa dei Popoli Indigeni e in particolare dei Nativi Americani e laureata in Antropologia. È membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe in Louisiana e membro adottivo della tribù Crow in Montana. Fondatrice del Gruppo Editoriale Mauna. Presidente della associazione Omnibus Omnes Onlus, patrocinata dalla UNRIC Italia (ONU Italia). Attualmente è una dei massimi esperti italiani sui Nativi Americani, storia e attualità. Si sta dedicando alla opera di recupero di opere di autori nativi americani, traducendo e curando diversi libri.

Cura una serie di video tematici su youtube, “Nativi Americani ieri e oggi”  (qui link alla playlist), una rubrica radiofonica su Radio Talpa, “Nativi Americani ieri e oggi”, dedicata anche alla musica nativa americana (qui link alla playlist )  e una rubrica giornalistica, “Nativi”, su L’Antidiplomatico (qui link alla lista di articoli), oltre ad aver curato articoli per Focus Storia, Far West Gazette e, in passato, per il Corriere della Sera.

Come viaggiatrice solitaria è stata accolta da tribù nei più remoti angoli di mondo. Ha dichiarato: “Sono molto fiera di essere membro adottivo della famiglia Black Eagle dei Crow, tribù di Nativi Americani del Montana. E altrettanto fiera del mio nome in lingua originale, Baa Kuuxsheesh, che ha segnato una nuova tappa della mia vita e che significa ‘Aiuta gli altri’. Vorrei ricordarlo e dirlo sempre ad alta voce. La fratellanza è sacra. Un grande onore anche la adozione presso il popolo indigeno dei San, Boscimani del Kalahari. Il mio nome per loro è Nxuwa, che deriva da un tubero che il popolo boscimane porta con sé nel deserto per combattere la sete, la fame e la stanchezza”. 

Raffaella Milandri si dedica alla scrittura, alla fotografia e ai reportage intesi come strumento di sensibilizzazione e divulgazione sul tema dei diritti umani e delle problematiche sociali, attraverso campagne di informazione, appelli, petizioni e conferenze. Varie le partecipazioni televisive e radiofoniche, numerosi gli articoli sui suoi viaggi, su quotidiani e riviste. Si impegna in campagne informative sul turismo responsabile nei Paesi in via di sviluppo. Tra le mete dei suoi viaggi, in solitaria e spesso in fuoristrada, ricordiamo la Papua Nuova Guinea, l’Alaska, il deserto del Kalahari, il Tibet, il Kimberly in Australia. Tra i Popoli Indigeni oggetto delle sue campagne per i diritti umani, i Nativi Americani, i Pigmei Bakà, i Boscimani, gli Adivasi dell’Orissa. Ha affermato: “Avverto una incredibile urgenza nel mio viaggiare e divulgare, per documentare le discriminazioni dei diritti umani. La globalizzazione avanza a passi rapidi, ma spesso non porta con sé il Progresso positivo, anzi accelera il processo di estinzione di popoli che da decine di migliaia di anni vivono nelle stesse terre, legati alle loro tradizioni e culture, uniche e irripetibili”.

Libri pubblicati  e tradotti (con link nel titolo alla scheda libro completa)

tutti disponibili sia in edizione cartacea sia ebook.

PUBBLICAZIONI

Liberi di non Comprare. Un invito alla Rivoluzione, seconda edizione 2019.

Gli Ultimi Guerrieri. Viaggio nelle Riserve Indiane, prima edizione 2019.

In Alaska. Il Paese degli Uomini Liberi, seconda edizione 2019.

In India. Cronache per Veri Viaggiatori, seconda edizione 2019.

Lessico Lakota. Storia, Spiritualità e Dizionario Italiano-Lakota, (con M. Blasini), prima edizione 2019.

La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America, seconda edizione 2020.

Lessico Cherokee. Storia, Spiritualità e Dizionario Italiano-Cherokee, (con M. Blasini), prima edizione 2021.

Nativi Americani. Guida alle Tribù e alle Riserve Indiane degli Stati Uniti, prima edizione 2021.

Io e i Pigmei. Cronache di una Donna nella Foresta, seconda edizione 2022.

Le scuole residenziali indiane. Le tombe senza nome e le scuse di Papa Francesco, prima edizione 2023.

TRADUZIONI, CON INTRODUZIONE E NOTE

Racconti di Nativi Americani: Old Indian Legends di Zitkala-Sa, traduzione e note, (con T. Totò),prima edizione 2021.

Racconti di Nativi Americani: Plenty Coups. Capo dei Crow di Frank B. Linderman, traduzione e note, prima edizione 2022.  

Racconti di Nativi Americani: Il mio popolo. I Sioux di Luther Standing Bear, traduzione e note, prima edizione 2022.   

Racconti di Nativi Americani: Infanzia indiana di Charles Eastman, traduzione e note, prima edizione 2023.   

Racconti di Nativi Americani: Eroi e grandi capi indiani di Charles Eastman, traduzione e note, prima edizione 2023.   

Racconti di Nativi Americani: La Terra dell’Aquila Maculata di Luther Standing Bear, prima edizione 2023.

Racconti di Nativi Americani. I cinque di mezzo. Ragazzi indiani a scuola di Francis La Flesche, traduzione e note, prima edizione 2024.

Gli Indiani d’America e la loro musica di Frances Densmore, traduzione e note, prima edizione 2024. 

sabato 13 agosto 2016

Uomini o dinosauri di Raffaella Milandri ©



Molte etnie indigene nel mondo sono a rischio di estinzione. Senza alcuna tutela. Dalle più remote foreste pluviali, a deserti infuocati, ad altitudini maestose, sul Pianeta Terra vi sono popoli indigeni che hanno creato rapporti simbiotici con le loro terre ancestrali, perfezionando una cultura di sopravvivenza e di adattamento all'ambiente nel pieno rispetto dei più svariati ecosistemi. Lo stile di vita di questi popoli, ai ritmi della natura, e nel pieno rispetto di essa, ha fatto sì che nelle loro terre non si siano estinti, come altrove, animali, piante, biosistemi. Guardiani della natura, ambientalisti, ecologisti perfetti, i popoli indigeni sono fratelli nel condividere una storia tragicamente simile. Le loro terre sono -ancora per poco incontaminate, senza inquinamento, senza quei fili elettrici e telefonici, senza quei gasdotti e oleodotti che ovunque nel mondo moderno scorrono come cicatrici ed elementi alieni. Ma queste terre, gli ultimi paradisi terrestri sopravvissuti ai giorni nostri, in Africa, Asia, Oceania e nelle Americhe, sono spesso ricche di risorse e giacimenti -oro, diamanti, bauxite, carbone, petrolio, foreste- che decretano spesso la distruzione, la cancellazione, la persecuzione per questi popoli , in nome del 'Progresso' .
E' curioso come estinzione di animali ed estinzione di etnie indigene facciano spesso un percorso tristemente similare di fronte alla globalizzazione; mentre invece, laddove condividano lo stesso ambiente, animali e popoli indigeni vivono nella armonia dettata dalle esigenze naturali: nutrirsi e prendersi cura della famiglia, e sopravvivere alle impervietà della Natura.
Purtroppo, la estinzione di specie animali suscita ben più clamore di quella di una razza umana, come quella dei Pigmei, ad esempio, che stanno per scomparire insieme alle loro amate foreste, o dei Boscimani, che sono oggetto di un attacco mirato nel nome del vangelo Denaro. Un vangelo che predica la legge del più forte, in terre remote e dimenticate.
 'Homo homini lupus', sono sempre uomini che mettono in pericolo l’esistenza di razze di uomini. Quando sta per estinguersi una specie animale l'uomo se ne ritiene responsabile e, se possibile, prende adeguate contromisure di protezione, e lancia l’allarme. Nel 2011 ad esempio è stato lanciato il 'Save the frogs Day', per salvare le rane. In Italia, c’è il 'Progetto Rospi', per aiutare i rospi ad attraversare la strada senza essere uccisi. In una marea di contraddizioni, non ultima quella dell'orsa Daniza. Navigando su internet poi si prende atto che sono a rischio di estinzione religioni, film, ortaggi, parole. Poca o nessuna premura per la estinzione di popoli.
Nel 2010 è morta l’ultima donna della tribù dei Bo, nelle Isole Andamane. E Gyani, l’ultima dei Kusunda, in Nepal, dice: «Sono l’ultima a parlare la mia lingua».
La forte discriminazione di cui sono oggetto i popoli indigeni è spesso causata anche dalla mancanza di comunicazione degli stessi con istituzioni e governi, a causa della assenza di scuole idonee che insegnino loro le lingue principali. I loro preziosi dialetti, infatti, spesso costituiscono un muro e aiutano l'isolamento e la mancata conoscenza dei loro diritti. Leggi di tutela adeguate per i popoli indigeni non esistono o, come nel caso del Forest Right Act in India, sono spesso violate. Il diritto dei popoli indigeni alla propria terra, alla propria religione, alla propria lingua, al proprio nome e alla propria esistenza è stato violato centinaia di anni fa ed è violato ora. «I nostri nomi originali sono stati cambiati, storpiati e poi cancellati. La nostra lingua e la nostra religione sono state vietate per tanti anni. Ed ora stiamo lottando per ricomprare la nostra stessa terra, a prezzi salatissimi. E stiamo istituendo scuole dove venga insegnato il nostro linguaggio», mi racconta Marie della tribù di nativi americani dei Salish, negli Stati Uniti.
Non esiste altro posto dove i popoli indigeni vogliano nascere, vivere e morire: la terra dei padri.
«Datemi un carro, un asino: voglio tornare a casa» mi dice una donna boscimane in Botswana. Non desidera altro. Deportata dal deserto, strappata da 'casa', a causa del ritrovamento di un ricco giacimento di diamanti, non vuole soldi o una casa o un lavoro: vuole tornare alla sua terra ancestrale. «La nostra vita è molto peggiore di quella dei nostri padri. Fuori dalla foresta non sappiamo come vivere. Siamo vittime di soprusi e violenze», mi confida esasperata una donna pigmea in Camerun. «Dopo averci arrestato e torturato, ci hanno detto: toglietevi di mezzo o spariamo su tutti», mi racconta un adivasi dell’Orissa, dove per una miniera di bauxite vi sono state deportazioni di interi villaggi. Oggi si è tutti adirati e pronti a far la voce grossa per ripulire la propria fetta di mondo. Ma proprio per la globalizzazione la nostra fetta di mondo non è più limitata al quartiere, alla città, al Paese. Ciò che accade in Giappone arriva a toccarci in un attimo. I mercati finanziari sono soggetti all’effetto domino immediato. Il mondo è di tutti. La cultura dei popoli indigeni è un tesoro che appartiene a tutti e va
salvaguardato prima che scompaia.
Molti governi non hanno ancora applicato i principi della Dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni e della Convenzione dell’ILO (n. 169) sui popoli indigeni e tribali. Che è stata finora ratificata solo da 22 Paesi nel mondo. La ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization) è l’ agenzia delle Nazioni Unite, con sede a Ginevra e 179 Paesi membri, che si occupa di promuovere il lavoro, in condizioni di pace, libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità; promuove i diritti dei lavoratori ed è responsabile dell’attuazione delle norme internazionali del lavoro, promuovendo pace, prosperità e progresso. L’Italia è stato membro e dal 1919 ha ratificato più di 100 Convenzioni internazionali. Ma non ancora la ILO 169, che mette per iscritto i diritti dei popoli indigeni e questioni d'importanza vitale: garanzia dei diritti umani e delle libertà fondamentali; il diritto all'identità culturale e alle tradizioni comunitarie; il diritto alla partecipazione dei popoli interessati alle decisioni che li riguardano; l'uguaglianza di fronte all'amministrazione ed alla giustizia. L’Italia nel 2000, insieme alla Germania, ha rifiutato di aderire alla ILO 169, obiettando che non ha popoli indigeni che vivono nel Paese. Ma è molto importante che anche l’Italia ratifichi la ILO 169 in quanto trattato universale a garanzia dei diritti delle popolazioni indigene. E’ una adesione doverosa in nome dei diritti umani di queste popolazioni che hanno subito già stermini, abusi, privazioni, esili ed oggi sono spesso tragicamente minate da alcol, AIDS, suicidi. Stanno perdendo la loro identità e hanno pieno diritto, dopo che le loro terre sono state usurpate per petrolio, oro, diamanti, uranio, legname, a recuperare la loro dignità e a mantenere le loro tradizioni, fortemente legate alla terra ancestrale. Questi popoli e le loro tradizioni non possono rimanere solo nei documentari o nei film.
Esiste una Giornata Internazionale dei Popoli indigeni, celebrata il 9 agosto, proclamata per la prima volta dalla Assemblea Generale dell'ONU a dicembre nel 1994 affinché fosse celebrata ogni anno per tutta la durata del primo Decennio Internazionale dedicato ai Popoli indigeni (1995 – 2004). Nel 2004 l’Assemblea ha proclamato un secondo Decennio internazionale, dal 2005 al 2015. Si auspica che la Giornata da Internazionale  diventi Mondiale. Quale attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, ritengo fondamentale anche valutare la pertinenza del Parlamento Europeo, per applicare un monitoraggio dell’impatto commerciale , sociale, culturale e ambientale delle aziende europee che operano nelle aree abitate da popoli indigeni ( e cito ad esempio la interrogazione parlamentare del 21 giugno 2011 Colombia-UE). Importantissimo anche un controllo severo dell’impatto turistico causato da flussi europei nelle zone abitate da popoli indigeni, talvolta estremamente dannoso a livello culturale, senza peraltro che arrechi benefici economici alle popolazioni, bensì solo agli operatori turistici che sfruttano il folklore locale senza scrupoli. E inoltre, un monitoraggio delle manifestazioni ed eventi organizzati in Europa dove si richiedano interventi ed esibizioni di popoli indigeni in condizioni di povertà. Essi vengono spesso sfruttati senza percepire ricompense adeguate, violentati culturalmente per poi tornare alla loro miseria.
In questo senso andrebbero anche sensibilizzate le ambasciate europee in loco per evitare un traffico di 'danzatori' e “suonatori' che ricordano il Wild West Show dell’Ottocento. E' ora di decidere a quale tribù apparteniamo: quella che sostiene i popoli indigeni, o quella che si ritiene più 'evoluta'? Quella che crede nella giustizia e nei diritti umani, o quella degli europei 'colonizzatori'?
Tratto da articolo già pubblicato su L'Indro


venerdì 7 agosto 2015

Si celebra la Giornata Onu dei Popoli Indigeni il 9 Agosto

Il 9 Agosto 2015 si celebra la Giornata Onu a San Benedetto del Tronto

Foto di Raffaella Milandri

A lanciare l'appello è la nota attivista per i diritti umani dei popoli indigeni, Raffaella Milandri, che da anni si batte con petizioni, conferenze e pubblicazioni a favore di questi popoli dimenticati che ogni giorno combattono silenziosamente per la loro sopravvivenza. La Milandri durante uno dei suoi viaggi tra le tribù dei più svariati angoli di mondo è diventata membro adottivo della tribù dei Crow, in Montana: una indiana d'America, una indigena anche lei. " Non vogliamo che questi popoli diventino un giorno solo protagonisti di favole per bambini: c'erano una volta i Pigmei, nella foresta, o gli aborigeni, in Australia....Ho documentato molte situazioni che sembrano già favole crudeli: interi popoli a rischio di estinzione per la brama di denaro di multinazionali e governi. Ho le testimonianze accorate di indigeni che chiedono aiuto per salvare le loro identità, culture, tradizioni, linguaggi che sono un Patrimonio dell'Umanità".
Proprio per sensibilizzare la opinione pubblica e i media in favore di questi popoli, Raffaella Milandri celebrerà il 9 agosto, Giornata dei Popoli Indigeni, , con il patrocinio dell'Onu e con la associazione Omnibus Omnes di cui è presidente: "I popoli indigeni sono in pericolo e rischiano di scomparire a causa dello sfruttamento delle risorse celate nelle loro terre ancestrali, . Senza alcuna morale e scrupolo, i loro diritti umani sono continuamente violati. Eppure i popoli indigeni sono la chiave del nostro futuro, l'ultimo scampolo del nostro passato di Uomini a contatto con la Natura, ambientalisti, ecologisti perfetti. E' più facile che un giorno noi ci ritroveremo a vivere come loro, a causa della nostra insensata corsa verso la distruzione della Natura, che non loro vivranno mai come noi. Noi non siamo più in grado di procurarci acqua e cibo, siamo schiavi delle nostre comodità: elettricità, riscaldamento, petrolio. Ormai, senza gps, non siamo in grado nemmeno di orientarci, nel nostro mondo "civile" ".
La celebrazione della Giornata Onu dei Popoli Indigeni si svolge a San Benedetto del Tronto, dove verrà letta la dichiarazione del Segretario Generale Onu Ban ki Moon sui Popoli Indigeni, insieme a dichiarazioni di Nativi Americani Lakota, Cheyenne e Crow.
Tra le dichiarazioni, anche quella del fratello adottivo Crow della Milandri, Cedric Black Eagle, ex Presidente della nazione Crow, nella cui famiglia figura come fratello adottivo ufficiale nientemeno che Barack Obama. Chiediamo alla Milandri se il Presidente Obama è quindi anche suo fratello. "Cedric va regolarmente alla Casa Bianca e ha rapporti con Obama; io invece non ho ancora avuto questa opportunità, per ora." La Giornata dei Popoli Indigeni, a cura della Omnibus Omnes, prosegue con una mostra dell'artista Tonino Pantanelli con quadri sui Nativi Americani, la proiezione di vignette e cortometraggi del cartoonist nativo americano Ricardo Catè e con un laboratorio creativo di "acchiappasogni", i tipici amuleti degli Indiani d'America.  
Una giornata importante, quindi, questo 9 agosto, per ricordare che i popoli indigeni sono 370 milioni di persone, che costituiscono il 15% della povertà del mondo e un terzo della popolazione mondiale rurale in estrema povertà.(dati tratti dal report 2014 di Victoria Tauli Corpuz, Delegato speciale sui Diritti dei Popoli Indigeni all'Onu)